LA VASTEDDA DELLA VALLE DEL BELICE DOP
di Gianluca Interrante
Come tutte le DOP
esistono dei criteri da rispettare per poter apporre il marchio al proprio
formaggio. In antichità questo formaggio si produceva in estate quando la
produzione di latte era inferiore e la temperatura ambientale non consentiva la
produzione di pecorino, in quella occasione si produceva il formaggio a pasta
filata da consumare fresco. Oggi viene prodotta tutto l’anno. Il latte deve
provenire dalla mungitura della sera e deve essere prodotto entro le 48 ore
dalla mungitura, il latte opportunamente filtrato viene riscaldato
tradizionalmente in caldaie di rame stagnato fino alla temperatura massima di
40°C, quindi viene cagliato con caglio in pasta d’agnello proveniente dall’area
di produzione della DOP. Formata la cagliata viene rotta mediante la ‘rotula’
un apposito bastone recante una protuberanza all’apice necessaria alla rottura
della cagliata, fino ad ottenere dei granuli grandi quanto un chicco di riso. La
coagulazione è anche favorita dall’aggiunta di acqua calda durante la rottura
della cagliata. La massa caseosa viene lasciata in fuscelle di giunco per
almeno 24 ore, anche 48 nella stagione fredda. poi viene valutato il grado di
acidificazione della pasta, se adeguato la cagliata viene tagliata a fette e
viene depositata in un contenitore detto ‘piddiaturi’ dove viene versata acqua
a 80-90°C. Si procede quindi alla filatura della pasta, quando essa avrà
raggiunto un colore bianco-lucido si distaccano porzioni della massa a forma
sferica che vanno lavorate ulteriormente a mano e poi vengono depositate in
piatti fondi di ceramica, che dopo essere stati rivoltati assumeranno la forma
tipica della vastedda. Dopo circa 6-12 ore dalla filatura si procede alla
salatura in salamoia per 2 ore e poi un asciugatura di 12-48 ore. La forma deve
essere di circa 15-17 cm di diametro, l’altezza dello scalo tra i 3 e i 4 cm ed
il peso di 500 gr. La Vastedda e priva di crosta, bianca\avorio in colore con
una superfice liscia, compatta senza piegature. La pasta è bianca senza granuli
con accenni di striature e un occhiatura assente o molto scarsa. L’aroma è
quello caratteristico del latte fresco di pecora, il sapore è dolce con
venature lievi di acidità. Presenta una percentuale di grasso non inferiore a
35% e di cloruro di sodio non superiore al 5%.
In gastronomia si presta
come tutte le mozzarelle ad una filatura in cottura notevole, e quindi molto
apprezzata in pizze, sfincioni ma anche mescolata all’ultimo momento nella
pasta. Sono notevoli anche le sue qualità in pasticceria dove si può usare in
pannacotte o bavaresi. Avendo una consistenza elastica si può affettare a
striscioline ed arrotolarla con salumi ed altri prodotti come le olive per
piccoli bocconcini da aperitivo. La sua dolcezza e delicato profumo consente di
abbinarla a qualsiasi cibo, ma anche una semplice fetta di pane, Vastedda e
fichi d’india.
L’etimologia della parola
vastedda o guastedda probabilmente può essere ricondotta ad un termine di
origine normanna “guastel” o “wastel” che significa "focaccia" o
"scacciata. Infatti si usava dire ‘ na vastedda ri pani’ riferito
ad una pagnotta di pane fatto in casa di forma circolare. Il termine potrebbe
anche derivare dal dialetto “vasta” cioè guasta, riferito alla pasta andata a
male per una fermentazione anomala dei caldi giorni estivi.



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